Maestri di condivisione

Maestri di condivisione

L’infrastruttura invisibile: chi progetta ciò che ci unisce (e cosa rischiamo)

Ogni società vive grazie all’azione combinata di due grandi sistemi produttivi, intrecciati fra loro al punto da essere, in pratica, inseparabili.

Il primo è ben noto: è il sistema di produzione dei beni materiali. Agricoltura, industria, commercio e logistica producono e distribuiscono ciò che serve alla sopravvivenza e al benessere fisico. Ma questo sistema non potrebbe funzionare un solo giorno senza il secondo: una moneta vale solo perché una comunanza le attribuisce valore; un contratto vincola solo perché esiste fiducia condivisa nelle regole che lo sostengono; la proprietà stessa, condizione di ogni scambio, è un costrutto sociale, non un fatto fisico. Non si tratta di due sistemi paralleli che producono cose diverse in sfere separate: il secondo attraversa il primo e lo rende possibile.

Questo secondo sistema è quello della produzione delle comunanze — idee, linguaggi, valori, credenze, norme di comportamento, modi condivisi di interpretare la realtà. Senza il primo sistema moriremmo di fame; senza il secondo non esisterebbe nulla che meriti il nome di società, per la semplice ragione che una società è, per definizione, un insieme di comunanze.

Le comunanze non nascono dal nulla, ma nemmeno nascono sempre dall’alto. Spesso emergono spontaneamente dal basso — nelle strade, nei movimenti di protesta, nelle subculture — per poi essere raccolte, selezionate e istituzionalizzate da chi ha i mezzi per farlo. A intervenire su questo flusso, in un senso o nell’altro, sono figure che possiamo chiamare maestri di condivisione.

Artigiani del legame sociale, non ingegneri

I maestri di condivisione sono coloro che, per funzione o professione, intervengono sul patrimonio immateriale di una collettività: lo aumentano, lo modificano, lo preservano — o lo cancellano. Non sono ingegneri infallibili che progettano dall’alto: sono più spesso artigiani, catalizzatori o semplici amplificatori di un consenso che in parte li precede.

Appartengono a mondi diversissimi: insegnanti, scienziati, artisti, giornalisti, leader politici, guide religiose, ma anche influencer e imprenditori culturali. Non li accomunano gli obiettivi, che vanno dalla divulgazione scientifica al profitto commerciale, ma la funzione che svolgono rispetto al patrimonio condiviso.

Va però segnalato un limite del termine stesso. “Maestro” porta con sé un’autorevolezza legittima — un insegnante risponde di ciò che trasmette, in un senso morale che un algoritmo di raccomandazione non condivide, perché quest’ultimo non sceglie di trasmettere qualcosa: ottimizza una funzione (engagement, tempo di permanenza) e le comunanze che ne risultano sono un effetto collaterale, non un fine perseguito. È un errore di categoria chiamare “maestro” tanto chi insegna consapevolmente quanto un sistema che produce comunanze come sottoprodotto del proprio funzionamento.

C’è un secondo limite, più grave, che riguarda non l’intenzionalità ma la direzione dell’effetto: chiamare “maestro” un demagogo che costruisce un’ideologia d’odio usa la stessa parola per chi include e per chi esclude, per chi costruisce ponti e per chi arma un gruppo contro un altro. Il criterio utile qui non è se l’azione sia intenzionale, ma se la comunanza prodotta allarga la cerchia di chi si riconosce in essa o la restringe definendo un nemico. Un divulgatore scientifico e un costruttore di teorie del complotto sono entrambi intenzionali e entrambi efficaci nel creare legame — ma il primo produce una comunanza inclusiva, il secondo una comunanza che si definisce per esclusione. Tenerli sotto la stessa etichetta senza questa distinzione appiattisce una differenza che conta moralmente e socialmente.

Sei funzioni, non cinque

Questo sistema opera attraverso sei funzioni, non cinque — perché alle cinque costruttive va aggiunta quella che le nega.

Inventare. Filosofi, scienziati, artisti, fondatori di movimenti e di fedi creano nuove interpretazioni del mondo, nuovi valori, nuove risposte alle domande che una collettività si pone.

Selezionare. Editori, curatori, autorità istituzionali e algoritmi — questi ultimi con criteri spesso opachi anche a chi li progetta — stabiliscono cosa ottiene visibilità e autorevolezza.

Diffondere. Insegnanti, giornalisti, comunicatori, missionari di ogni genere (religiosi e non) ampliano la platea di chi condivide un contenuto, una storia, un precetto.

Conservare. Musei, scuole, archivi, istituzioni religiose e non custodiscono memoria, testi, tradizioni, e li trasmettono nel tempo.

Trasformare. Ogni generazione — e ogni riformatore, in qualunque campo, non solo teologico — rielabora il patrimonio ricevuto adattandolo a condizioni nuove.

Sopprimere. Censura, iconoclastia, riscrittura della storia, rimozione algoritmica di contenuti, messa al bando di simboli: la cancellazione deliberata di comunanze esistenti non è l’assenza di selezione, è un’operazione distinta e simmetricamente potente rispetto all’invenzione. Chi decide cosa un popolo non può più dire, ricordare o rappresentare esercita un potere pari a quello di chi crea comunanze nuove — e ometterlo significa raccontare solo la metà edificante di questa storia.

Il lato oscuro, senza eccezioni

Questo processo non è eticamente neutro. Alcune comunanze facilitano cooperazione e inclusione; altre nascono, o vengono deliberatamente costruite, per escludere e dominare. Ideologie d’odio e teorie del complotto creano legami fortissimi all’interno di un gruppo proprio individuando un nemico comune: usano lo stesso meccanismo psicologico e sociale delle comunanze benigne, orientato in direzione opposta.

Vale la pena resistere qui a una narrazione comoda: che il problema sia recente, nato con le piattaforme digitali, e che in passato i grandi canali di condivisione — la scuola di stato, la televisione pubblica, la stampa nazionale — producessero un terreno comune sano e neutro per l’intera collettività. Non è così. Quei canali erano spesso strumenti di propaganda statale, di esclusione sistematica di minoranze linguistiche e culturali, di imposizione di un’unica narrazione storica a scapito di tutte le altre. La coesione che producevano non era meno costruita, né meno interessata, di quella (o della sua assenza) prodotta oggi dalle piattaforme digitali: era semplicemente più centralizzata, e quindi più difficile da contestare.

Ciò che è effettivamente nuovo non è l’esistenza di un lato oscuro, ma la sua forma: le piattaforme digitali, ottimizzando per l’attenzione più che per il consenso condiviso, tendono a produrre frammentazione — gruppi isolati in bolle che condividono verità incompatibili fra loro — invece che imposizione di un’unica narrativa dominante. Sono due patologie diverse dello stesso sistema, non un declino da un’età dell’oro che probabilmente non è mai esistita.

Una mappa del potere, non una scoperta

Questa prospettiva non nasce dal nulla: riprende territorio già esplorato dalla coscienza collettiva di Durkheim, dalla costruzione sociale della realtà di Berger e Luckmann, dal capitale culturale di Bourdieu. Il suo valore non sta nel proporsi come inedita, ma nell’offrire un lessico — comunanze, maestri di condivisione, le sei funzioni, la distinzione fra comunanze inclusive ed esclusive — che aiuti a riconoscere questa attività ovunque si presenti: nella scuola come nell’algoritmo, nel divulgatore come nel demagogo.

Siamo abituati a misurare il potere in termini economici, politici o militari. Esiste però una forma di influenza altrettanto reale: il potere di stabilire cosa sia normale, memorabile o legittimo per una collettività — e, simmetricamente, cosa debba essere dimenticato o messo a tacere.

Chi produce beni materiali contribuisce al benessere di una società e si muove dentro le sue regole. Chi governa la produzione delle comunanze ha il potere di scrivere quelle regole, di decidere se una società resti unita o si frammenti — e, esercitando anche il potere di cancellare o polarizzare, può contribuire tanto alla sua coesione quanto alla sua frattura.

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