Siamo abituati a pensare che la coscienza sia il luogo in cui prendiamo le decisioni. Riflettiamo, confrontiamo le alternative, valutiamo le conseguenze e infine scegliamo. La nostra esperienza soggettiva suggerisce che sia proprio la coscienza a dirigere il comportamento.
Negli ultimi decenni, tuttavia, la psicologia e le neuroscienze hanno mostrato che una parte enorme del lavoro mentale avviene al di fuori della consapevolezza. Percezioni, emozioni, preferenze, intuizioni, motivazioni e numerose valutazioni vengono elaborate inconsciamente prima che la coscienza ne venga informata.
Quanto questo valga anche per le decisioni vere e proprie è ancora oggetto di discussione. Gli esperimenti di Benjamin Libet e quelli successivi sono stati reinterpretati in modi differenti e non esiste un consenso sul fatto che la coscienza sia semplicemente informata di decisioni già prese. Un punto, però, appare sufficientemente solido: l’inconscio svolge una quantità enorme di elaborazioni cognitive.
Questo pone una domanda fondamentale.
Se l’inconscio è già capace di elaborare informazioni, apprendere dall’esperienza e guidare il comportamento, quale vantaggio evolutivo giustifica l’esistenza della coscienza?
L’ipotesi proposta in questo articolo è che la coscienza non sia né il sovrano della mente né un semplice spettatore dei processi inconsci. Essa rappresenta invece un livello particolare di elaborazione dell’informazione, evolutosi per affrontare problemi che i normali automatismi cognitivi risolverebbero con maggiore difficoltà.
Un unico sistema organizzato su livelli differenti
La mente può essere vista come un unico sistema composto da livelli funzionali diversi.
L’inconscio produce continuamente percezioni, emozioni, bisogni, valori, aspettative, preferenze e criteri di valutazione. È qui che hanno origine i programmi che guidano il comportamento.
La coscienza lavora sul materiale prodotto da questi programmi. Mantiene attive informazioni, costruisce rappresentazioni della realtà, mette in relazione elementi lontani tra loro, immagina possibilità future e valuta le conseguenze delle proprie simulazioni.
Non esistono quindi due menti indipendenti. Esiste un unico sistema cognitivo che utilizza modalità differenti di elaborazione a seconda della natura del problema.
La coscienza decide, ma non sceglie i criteri con cui decide
La coscienza può prendere decisioni.
Ogni decisione, però, richiede criteri di valutazione. Occorre sapere che cosa è desiderabile, pericoloso, conveniente, giusto o importante.
Questi criteri non vengono creati dalla coscienza nel momento della scelta. Sono il risultato dell’evoluzione biologica, dell’apprendimento e dell’esperienza personale.
Anche quando cambiamo idea, rivediamo un valore o abbandoniamo un’abitudine, la decisione di cambiare nasce perché altri bisogni, altre emozioni o altri criteri rendono il cambiamento preferibile rispetto alla situazione precedente. Anche il cambiamento delle regole è guidato da regole.
In che senso, allora, la coscienza decide davvero?
Non nel senso di creare liberamente i propri criteri, ma nel senso di elaborare quei criteri in un modo particolare, che amplia le possibilità del sistema mentale.
La simulazione ricorsiva
La funzione che distingue la coscienza potrebbe non essere l’esperienza soggettiva in sé, ma il tipo di elaborazione che la accompagna.
I processi inconsci possono raggiungere livelli di complessità straordinari. Sono capaci di riconoscere migliaia di volti, comprendere il linguaggio, apprendere regolarità statistiche estremamente sofisticate e coordinare movimenti di enorme precisione. Non sono semplici: sono altamente specializzati.
La coscienza sembra invece specializzata in un’altra funzione.
Essa costruisce modelli del mondo.
Può immaginare situazioni inesistenti, modificare tali modelli, confrontare scenari alternativi, prevedere conseguenze lontane nel tempo e utilizzare il risultato di una simulazione come punto di partenza per una simulazione successiva.
Questa proprietà potrebbe essere definita simulazione ricorsiva.
La mente non si limita a simulare il futuro. Può simulare le conseguenze della simulazione stessa. Può immaginare una decisione, prevederne gli effetti, immaginare la propria reazione a quegli effetti, prevedere la reazione degli altri alla propria reazione e continuare questo processo per numerosi livelli.
È probabilmente questa capacità che rende possibili la progettazione, il ragionamento scientifico, la pianificazione a lungo termine, la riflessione morale e gran parte della creatività umana.
L’evoluzione potrebbe aver selezionato la coscienza proprio perché rende possibile questo tipo di elaborazione.
Le emozioni orientano la simulazione
Se la coscienza può simulare un numero enorme di scenari, emerge immediatamente un altro problema. Quali scenari devono essere simulati? Le risorse cognitive sono limitate: non possiamo riflettere contemporaneamente su tutto.
Le emozioni sembrano svolgere proprio questa funzione. Esse assegnano priorità: segnalano alla coscienza quali situazioni meritano un investimento maggiore delle risorse disponibili.
Il dolore induce a cercare soluzioni. La curiosità orienta verso ciò che è sconosciuto. La paura concentra l’attenzione sulle possibili minacce. L’attrazione mantiene viva l’attenzione verso un obiettivo desiderato. L’amore porta a dedicare tempo, energie e progettazione al benessere di una determinata persona. L’odio induce a monitorare costantemente una fonte percepita di danno.
Le emozioni, però, fanno qualcosa di ancora più importante. Non decidono soltanto su che cosa pensare: influenzano anche il modo in cui la coscienza pensa.
La paura restringe il numero delle ipotesi considerate. La curiosità lo amplia. L’ansia prolunga la simulazione degli scenari peggiori. La rabbia rende meno probabili le soluzioni conciliative. L’innamoramento attribuisce un peso maggiore a tutti gli esiti che riguardano la persona amata.
Le emozioni sono quindi parametri che modificano continuamente il funzionamento della simulazione cosciente. Possono aumentare o ridurre l’orizzonte temporale, il numero delle alternative considerate, il livello di rischio accettabile, il peso attribuito ai diversi obiettivi e perfino la profondità della riflessione.
Non sono semplici interferenze del ragionamento. Sono parte integrante del suo funzionamento.
Piacere e dolore
È possibile interpretare molte emozioni come evoluzioni di due segnali fondamentali.
Il piacere segnala che una situazione tende ad aumentare la probabilità di soddisfare bisogni importanti. Il dolore segnala il contrario.
La curiosità può essere vista come il piacere anticipato della scoperta. La paura come il dolore anticipato di un possibile danno. L’attrazione come il piacere anticipato dell’avvicinamento. La repulsione come il dolore anticipato del contatto.
Perfino emozioni più complesse, come l’amore e l’odio, possono essere interpretate come programmi motivazionali costruiti attorno a sistemi di piacere e dolore riferiti a particolari persone o relazioni.
Questa riduzione rappresenta naturalmente una semplificazione. Le emozioni sociali possiedono una ricchezza che probabilmente richiede modelli più articolati.
Rimane tuttavia plausibile l’idea generale che le emozioni costituiscano il linguaggio attraverso cui l’inconscio comunica alla coscienza quali problemi affrontare e con quale atteggiamento affrontarli.
Quando termina la simulazione?
Una domanda raramente affrontata riguarda il momento in cui la coscienza smette di simulare e decide di agire.
In teoria sarebbe sempre possibile immaginare un ulteriore scenario. Perché allora interrompiamo la riflessione?
Probabilmente anche questa decisione dipende da processi inconsci. L’urgenza della situazione, il tempo disponibile, il costo cognitivo della simulazione, la pressione emotiva, il livello di fiducia raggiunto e molti altri fattori possono determinare il momento in cui il sistema considera sufficiente l’analisi effettuata.
La decisione rappresenta quindi un equilibrio tra il beneficio atteso di ulteriori simulazioni e il costo di continuare a simulare.
Una mente che può modificare se stessa
La conseguenza più interessante di questa architettura è che la mente può diventare oggetto della propria attività.
La coscienza può osservare convinzioni, analizzare automatismi, progettare nuove strategie e contribuire, attraverso l’apprendimento, alla modifica dei programmi inconsci.
Anche questa capacità, però, non sfugge al funzionamento generale del sistema. La decisione di cambiare nasce sempre da bisogni, emozioni e criteri che appartengono allo stesso sistema cognitivo.
La mente modifica se stessa utilizzando strumenti prodotti dalla mente stessa.
I limiti dell’ipotesi
Questa ricostruzione rimane un’ipotesi teorica.
Riprende idee sviluppate da autori come Bernard Baars, Stanislas Dehaene, Antonio Damasio e Daniel Kahneman, ma attribuisce un ruolo centrale alla simulazione ricorsiva e all’azione modulatrice delle emozioni.
Non pretende di spiegare tutti gli aspetti della coscienza.
In particolare lascia aperta la domanda più difficile: perché un sistema capace di simulare, progettare e modificare se stesso sia accompagnato da un’esperienza soggettiva, dal fatto che “si prova qualcosa” a essere quel sistema.
Questo problema, spesso definito il “problema difficile” della coscienza, rimane tuttora privo di una soluzione condivisa.
Una diversa idea della coscienza
Se questa ipotesi è corretta, la coscienza non è il luogo in cui la mente si libera delle proprie cause. È il luogo in cui la mente utilizza le proprie cause per costruire il futuro.
L’inconscio produce bisogni, emozioni, criteri di valutazione e programmi d’azione. Le emozioni orientano e modulano il lavoro della coscienza. La coscienza costruisce simulazioni, confronta possibilità, prende decisioni e contribuisce, attraverso l’apprendimento, alla modifica degli stessi programmi inconsci.
Non esistono due agenti, uno cosciente e uno inconscio. Esiste un unico sistema organizzato su livelli funzionali differenti.
L’inconscio produce programmi. La coscienza produce simulazioni. Dalla loro interazione nasce la capacità umana di progettare il futuro e di modificare, almeno in parte, se stessa.
