Per comprendere un sistema mentale non bisogna chiedersi quali risposte produce, ma quali informazioni considera abbastanza importanti da monitorare continuamente.
Gran parte della nostra vita sociale è governata da processi che non raggiungono la coscienza. Pensiamo di decidere razionalmente con chi parlare, di chi fidarci, che cosa dire, quando intervenire o quando tacere. In realtà, prima ancora che la coscienza inizi a ragionare, un sistema di autogoverno sociale — che chiameremo Supervisore sociale — ha già elaborato molti dei segnali rilevanti e orientato il comportamento.
La coscienza tende a formulare domande razionali, moralmente giustificabili e socialmente presentabili. I processi automatici operano invece secondo criteri molto più semplici, rozzi e brutali: non cercano la verità, ma informazioni sufficienti per sopravvivere e adattarsi nell’ambiente sociale.
Parlare di un «inconscio che si pone domande» è naturalmente una metafora. Questi meccanismi non formulano interrogativi, ma elaborano continuamente segnali, costruiscono stime e aggiornano rappresentazioni. La metafora è però utile, perché ci permette di trasformare in domande esplicite ciò che il sistema sembra valutare costantemente. Se vogliamo comprendere il nostro autogoverno sociale, conviene quindi smettere di chiederci soltanto che cosa pensiamo e provare a ricostruire su quali informazioni il nostro cervello fonda le proprie valutazioni del mondo sociale.
Da questa idea nasce il Questionario del Supervisore sociale. Il Supervisore sociale è il sistema cognitivo ipotizzato; il questionario è lo strumento con cui tentiamo di inferirne il funzionamento.
Non si tratta di un test psicologico, né di uno strumento diagnostico, e nemmeno di una finestra diretta sull’inconscio. Le risposte saranno inevitabilmente ricostruzioni coscienti: ipotesi formulate su un sistema che non possiamo osservare direttamente. Ma anche un’ipotesi esplicita è preferibile a un automatismo completamente invisibile.
Le domande sono poche perché il loro scopo non è descrivere l’intera complessità della mente, ma rendere esplicite alcune delle stime sociali che il Supervisore sociale potrebbe utilizzare.
Questionario del Supervisore sociale
Come mi vedono gli altri
- Chi prova attrazione verso di me? Perché?
- Chi prova repulsione verso di me? Perché?
- Che cosa gli altri pensano di me?
- Che cosa gli altri vogliono da me?
Come io vedo gli altri
- Verso chi provo attrazione? Perché?
- Verso chi provo repulsione? Perché?
- Cosa penso degli altri?
- Che cosa voglio dagli altri?
Rilevanza sociale
- Chi conta davvero, per me e per la mia posizione sociale?
Queste domande non chiedono come ci sentiamo, né quali siano i nostri valori o le nostre convinzioni. Cercano invece di rendere esplicite alcune delle informazioni che il sistema di autogoverno sociale potrebbe utilizzare per orientare il comportamento.
La distinzione fondamentale è questa: le domande non coincidono con le variabili monitorate. Le domande sono uno strumento linguistico costruito per inferire tali variabili. Quando chiediamo, ad esempio, «Chi prova attrazione verso di me?», non stiamo osservando direttamente una variabile interna; stiamo cercando di ricostruire una delle informazioni che il Supervisore sociale potrebbe monitorare continuamente.
Le variabili monitorate non rappresentano direttamente il mondo esterno, ma le stime che il sistema costruisce su alcuni suoi aspetti ritenuti rilevanti. La mente non registra semplicemente che cosa accade: elabora continuamente valutazioni su ciò che ritiene importante per orientare il comportamento. Le domande del questionario suggeriscono l’esistenza di variabili riguardanti, ad esempio, la valutazione sociale, le intenzioni attribuite agli altri, gli obiettivi relazionali e la rilevanza degli interlocutori. Si tratta di una prima ipotesi, aperta a revisioni, correzioni ed estensioni.
Ogni risposta riflette un’ipotesi costruita dal nostro sistema cognitivo sul mondo sociale. Che sia corretta o sbagliata è quasi secondario: è su quella rappresentazione che vengono prese molte decisioni.
In questo il Questionario del Supervisore sociale si distingue da molti questionari psicologici. Il suo obiettivo non è misurare la personalità o uno stato emotivo, ma ricostruire il modello del mondo sociale con cui il Supervisore sociale opera. Se qualcuno risponde: «Tutti mi disprezzano», il dato interessante non è stabilire immediatamente se ciò sia vero, ma osservare che il suo sistema di autogoverno sociale sta funzionando come se quella rappresentazione fosse corretta.
Il valore del questionario non consiste quindi nel fornire risposte definitive, ma nel rendere osservabile un insieme di rappresentazioni che normalmente rimangono implicite.
Un’avvertenza è necessaria. Per chi tende già a preoccuparsi eccessivamente del giudizio altrui, queste domande potrebbero alimentare l’ipervigilanza anziché la consapevolezza. L’esercizio va utilizzato come uno specchio, non come una lente d’ingrandimento sulle proprie insicurezze. Il suo scopo non è aumentare l’attenzione verso il giudizio degli altri, ma renderne osservabile l’influenza quando essa è già presente.
Un primo contributo del questionario è il cambio di prospettiva che propone. Invece di domandare: «Come sto?», invita a chiedersi: «Quali informazioni sta usando il mio autogoverno sociale per guidare il mio comportamento?»
Questa prospettiva suggerisce anche un’ipotesi più generale, che potremmo chiamare ipotesi delle variabili monitorate: forse ogni sistema mentale può essere descritto a partire dall’insieme delle variabili che monitora continuamente. Se così fosse, il Supervisore sociale rappresenterebbe soltanto il primo esempio di una famiglia più ampia di sistemi cognitivi, ciascuno caratterizzato dal proprio insieme di variabili monitorate. Questa ipotesi richiederà però uno sviluppo autonomo.
Anche il metodo seguito merita un approfondimento specifico. In un certo senso, il procedimento ricorda l’ingegneria inversa: dalle rappresentazioni esplicite si tenta di inferire la struttura funzionale del sistema che le produce. Il Questionario del Supervisore sociale costituisce un primo tentativo in questa direzione, ma il metodo dovrà essere sviluppato e verificato attraverso il confronto con il comportamento osservabile.
Comprendere le informazioni che il nostro sistema di autogoverno sociale monitora implicitamente non basta, da solo, a liberarci dai suoi automatismi. Sapere di avere un bias raramente lo elimina. È però la condizione di partenza. Rendere osservabile un meccanismo significa creare la possibilità di correggerlo.
Forse il contributo più importante del Questionario del Supervisore sociale non è il questionario stesso, ma la prospettiva che introduce: invece di descrivere la mente attraverso ciò che dice o che fa, provare a comprenderla attraverso ciò che considera abbastanza importante da monitorare continuamente.
In altre parole: per capire un sistema mentale non basta osservare le sue risposte; bisogna ricostruire ciò che sorveglia.
