Dagli enti agli agenti: nasce l’agentologia

Dagli enti agli agenti: nasce l’agentologia

Marco rimanda da mesi la consegna dei suoi rapporti settimanali. Sa che questo infastidisce Giulia, la sua responsabile, e sa che pesa sulla sua valutazione. Eppure continua a rimandare. Giulia, dal canto suo, ha reagito stringendo i controlli — il che, paradossalmente, non fa che peggiorare le cose.

È una scena da ufficio qualunque. Ma è anche un piccolo laboratorio per una domanda più generale: come descriviamo ciò che accade quando qualcuno percepisce una situazione, la interpreta, decide come muoversi, agisce — e nel farlo modifica, spesso senza volerlo, la situazione in cui si trova insieme a un altro?

È da una domanda come questa che parte Fondamenti di agentologia, il mio nuovo saggio, appena concluso dopo un lungo lavoro a più voci — mio, di ChatGPT e di Claude.

Un cambio di prospettiva minimo, ma non banale

L’idea di partenza è semplice da enunciare: invece di chiederci che cosa siano le cose — enti, oggetti, sostanze — proviamo a chiederci quali agenti sono coinvolti in un fenomeno, che cosa percepiscono, quali obiettivi perseguono, quali azioni compiono e come quelle azioni trasformano la situazione. Un’azienda, una coppia, un animale, un programma informatico: in tutti questi casi, secondo l’agentologia, conviene guardare non alla “natura” della cosa, ma a ciò che fa e a ciò che gli succede intorno mentre lo fa.

Non è un’idea del tutto nuova — chi conosce la cibernetica, la teoria dei sistemi o l’intelligenza artificiale vi riconoscerà un’aria di famiglia, e il saggio lo dice esplicitamente fin dalle prime pagine, senza far finta di inventare qualcosa dal nulla. Quello che il saggio prova ad aggiungere non è l’idea in sé, ma la sua costruzione: pochi concetti di partenza — agente, situazione, percezione, programma, azione — da cui derivare, con passaggi dichiarati uno per uno, tutto il resto: che cosa sia il potere, che cosa sia la libertà, che cosa distingua una relazione da una singola interazione, quando un gruppo di persone diventi davvero “un” agente collettivo e quando resti soltanto una pluralità.

Un impianto che si autolimita

La cosa a cui tengo di più, in questo saggio, non è tanto la teoria in sé, quanto il modo in cui è costruita: dichiara sempre dove finisce il rigore e dove comincia l’estensione più libera, e non pretende di spiegare tutto. C’è persino una clausola esplicita che dice quando l’agentologia *non* si applica — ai fenomeni fisici privi di una vera retroazione, per esempio, dove parlare di “agenti” sarebbe solo un modo di dire.

Da questo impianto derivano due applicazioni concrete, pensate per essere utili, non solo eleganti.

La prima riguarda le relazioni sociali, ed è il punto di contatto con un saggio precedente, Psicologia dell’interagire (https://cancellieri.org/doc/Psicologia_dell_interagire.pdf): buona parte del nostro benessere dipende dalla qualità delle relazioni che costruiamo giorno per giorno, e l’agentologia offre un modo per parlarne — con qualche cautela in più su quanto davvero questo fattore pesi rispetto ad altri.

La seconda riguarda l’uso, per così dire, su noi stessi: i nostri comportamenti nascono spesso da programmi interni — abitudini, impulsi, schemi — che entrano in conflitto tra loro, un po’ come se dentro di noi convivessero più “piccoli agenti” con obiettivi diversi. È esattamente ciò che succede a Marco: non gli manca la volontà di consegnare in tempo, gli succede che un’abitudine di evitamento prende il sopravvento sul suo stesso obiettivo dichiarato. Il saggio prova a dare un nome a questo genere di conflitto, e propone qualche accorgimento per chi voglia usarlo su di sé — ricordando però, con altrettanta chiarezza, dove finisce l’utilità di un esercizio riflessivo e dove comincia il bisogno di un aiuto professionale vero.

Che cosa succede a Marco e Giulia

Il saggio si chiude proprio con il caso di Marco e Giulia, ripreso per intero: si scopre che il punto di svolta non è, in un primo momento, un cambiamento del carattere o delle abitudini di nessuno dei due, ma un semplice cambio di percezione reciproca, ottenuto parlandosi apertamente di ciò che stava succedendo tra loro. Marco non aveva mai davvero considerato, tra le cose che poteva fare, quella di spiegare a Giulia le proprie difficoltà; una volta che l’ha fatto, il suo comportamento è cambiato prima ancora che la sua abitudine di fondo fosse davvero superata.

È un esempio piccolo, ma è anche la miglior risposta che so dare alla domanda più scomoda che qualcuno mi ha posto leggendo una versione precedente del saggio: perché dovrebbe servire un vocabolario nuovo, se già ne abbiamo tanti? La mia scommessa è che un linguaggio comune ed esplicito, capace di descrivere allo stesso modo un conflitto d’ufficio, una relazione di lunga data e persino un agente artificiale, valga la fatica di costruirlo — sapendo fin dall’inizio che si tratta, appunto, di una scommessa, non di una certezza.

Il saggio completo, “Fondamenti di agentologia. Per una teoria generale dell’agire”, è disponibile in https://cancellieri.org/doc/Fondamenti_di_agentologia.pdf.

(Articolo scritto in collaborazione con Claude.ai)

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